beh, ispirazione da cuore impavido, a dire il vero volevo postare dei consigli per aspirati vegetariani. mi è venuta in mente questa cosa mentre rigiravo nel tegame il mio spezzatino di maiale con piselli...non avete idea del terrore che ho provato a pensare di cosa l'uomo fosse capace verso le povere lumachine dei piselli, quelle che, garrule, spizzicano sulle piante, giù nella valle degli orti, ignare della cattiveria del fattore
il maiale, beh, lui nasce apposta, il suo destino, in fondo, è segnato...
comunque, parliamo del natale e del famoso pranzo.
nell'antichità (fino agli anni 70, grosso modo) si usava imbastire la tavola con ogni ben dio, per riempirsi la pancia e godere nel ricordo fino a pasqua, più o meno.
in ogni caso, non era un'operazione facile come andare un momento all'ipermercato sotto casa, aperto anche al mezzogiorno dello stesso giorno di natale.
era cosa che richiedeva fatica e preparazione, e vera inventiva da parte di tutti i componenti della famiglia, nonni e cugini scemi compresi.
ognuno, prendendo spunto dalla sua attività solita nell'economia del sistema famiglia, si adoperava instancabile dal mese di settembre, almeno, per portare in tavola, il giorno di natale, il proprio piatto, pegno della stessa appartenenza a quella famiglia e quantitativamente capiente anche per il giorno di santo stefano, per dimostrare l'abbondanza e la sicurezza economica che poteva assicurare la sua presenza in famiglia. anzi, credo che santo stefano non abbia colpe, ma sia stato fatto festa nazionale proprio allo scopo di santificare tutto il natale, avanzi compresi.
oddio, mi sa tanto di post introduttivo, ma un esempio concreto ci va a fagiolo.
"Il melone di natale"
un venticinquenne già riderebbe a sentir questa roba, ma, credetemi, ci fu un tempo in cui le primizie non si trovavano al supermercato, i cibi seguivano le stagioni, le papaie si vedevano nei film ambientati alle hawaii e, si, lui, il proletario melone, era un frutto esotico.
ma non il becero melone arancio-insipido, servito insieme a un non ben identificato prosciutto in tutti bar sotto tutti gli uffici per le segretarie a dieta.
era un melone particolare: aveva la buccia verde scuro, dura e crespa, e la polpa bianco-giallastra.
era l'ultimo dei meloni a maturare, alla fine dell'estate e questa cosa, oltre alla sua scorza particolarmente coriacea, facevano si che lo si potesse conservare a lungo, per due-tre mesi.
in genere il melone era una delle competenze del padre che aveva cura di procurarselo, verso la metà di settembre, scegliendolo non troppo maturo. poi lo avvolgeva in una retina, verde anch'essa, e lo appendeva a un chiodo su un'asse giù in cantina. l'ambiente fresco e buio faceva si che il melone finisse la maturazione lentamente, dentro la sua scorza, non toccando altro perché sospeso per aria - questo scongiurava le macchie di dematurazione, nella mia lingua madre si dice:non si ammallava - e fosse pronto per fare la sua figura sulla tavola, il giorno di natale, fresco profumato ed esotico, in genere dopo la frutta secca ma prima degli struffoli.
Giù in cantina, il melone arrivava a metà settembre, per far compagnia ad un altro elemento tipico delle tavole natalizie, uno dei principi della cena della vigilia:
"I pomodorini freschi"
già, niente di più stupido, direte voi. due pachino a un euro e mezzo alla scatola si trovano ovunque e in qualsiasi periodo dell'anno, lo sanno tutti gli studenti fuorisede che, normalmente, li usano come variazione della pasta al tonno, quindi almeno tre volte a settimana...
sbagliato. fino a 25-30 anni fa, i pomodorini erano esotici quanto e forse più del "cuore di drago" (una specie di fico d'india cinese...)
innanzitutto, non erano coltivati solo a Pachino, ma ogni regione aveva i suoi bravi pomodorini,
dalle mie parti, ad esempio, c'era il "vesuvio": piccolo e asprigno, dalla polpa dura e di scorza rosso sangue molto spessa, cresceva in grappoli da 50-70 pomodorini su piante dallo stelo molto robusto (da qui il nome in lingua madre: cient'a'ceppe - cento a grappolo).
ciò li rendeva adatti ad esser conservati freschi, appesi sempre in cantina vicino al melone, a grappoli: restavano attaccati allo stelo in modo che questo potesse continuare a fornirgli nutrimento e la loro scorza spessa faceva si che non marcissero a contatto con l'aria.
facevano il loro ingresso alla vigilia di natale, come ingrediente imprescindibile dei famosi spaghetti "alla puttanesca". ricetta non antica - si dice fu inventata dal grande Principe (Totò) - e successivamente entrata di forza nella tradizione natalizia napoletana.
potrei scrivere tomi su ogni ingrediente della famosa ricetta, sulla loro importanza sociologica e sulla loro preparazione pratica, ma non lo faccio perché qualcuno potrebbe ammazzarmi ;D
un ultimo accenno al vino, da dove parte braveheart, ispiratore:
il vino è sempre stato prerogativa del nonno. anche se i figli e i nipoti e anche le donne di casa partecipavano in qualche modo alla vendemmia, il vino delle feste era, per diritto divino credo, competenza focale dell'agenda del nonno
mentre a natale, per accompagnare il menu tipicamente di carne, si tirava fuori il migliore nero, quello conservato nella proverbiale botte piccola ;D non scrivo del perché ma dico solo che veniva chiamato, non a caso, vino della messa: le famiglie più in vista producevano almeno due "botti piccole", una per regalarla al loro parroco nel giorno del patrono, l'altra, appunto, per natale...
alla sera della vigilia, invece, si stappava un bel vinello bianco, di uve aspre e primitive - come l'uv'anna, così chiamata perché maturava a fine luglio, durante la settimana di sant'anna - secco e aspro, che ben legava con il ricco - e salato - menu di mare
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1 commento:
Great work.
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